
Il fiorello, il dolce croccante che sa di antico.
Uova, latte, zucchero, farina e via nell’olio evo: nascono così i “fiorelli” maurini, croccanti, friabili, deliziose dolcezze a forme di fiore, farciti di una crema bianca impalpabile. Insomma, una vera delizia semplice, buona, antica e amica, una cialda che racchiude un cuore di crema che non riesce a star ferma. I fiorelli sono parenti stretti dei cibi di antica tradizione che da queste parti sono legati alla terra.
Le fave, il pane fatto in casa, le bucce fritte di fichidindia, sono tutti innumerevoli elementi delle sagre paesane, che da diversi anni si svolgono nel nostro piccolo centro.
Parlare di un dolce in conclusione, non fa altro che richiamare a mestieri scomparsi, come l’artigianato e l’attività contadina di San Mauro, così nell’assaggio del Fiorello ritroviamo la spremitura delle olive, la mietitura, la vendemmia, la vita nei vicoli del paese.
L’Ape Maurina è un progetto ideato e promosso dall’Associazione Culturale “L’Ulivo Capovolto” e ha come obiettivo quello di formare apicoltori e avviare la produzione di miele nel territorio. Nel cuore delle Madonie, in Contrada Ogliastro, in prossimità del Fiume Pollina a San Mauro Castelverde, guidati da un giovane apicoltore palermitano di Ciaculli, Pietro Anello, sono state create delle postazioni dove ha installato i suoi alveari.
Il miele prodotto è anche commercializzato, e ha fatto riscoprire antichi sapori che la gente del luogo ricorda perché amatorialmente qualche famiglia allevava le api o nei tronchi degli alberi, o nelle fenditure delle case, costruendo delle casette in legno nelle stesse.
Il nome Ape Maurina è legato proprio al fatto che queste api abitavano il territorio ed erano elemento essenziale per l’impollinazione.
Nel Museo Etno-antropologico esiste un torchio del miele costruito da artigiani locali, da dove era possibile estrapolare anche la cera delle api che serviva soprattutto ai calzolai per irrobustire ed elasticizzare lo spago che serviva a cucire le scarpe, gli stivali, ecc…
L’attecchimento e il ritorno delle api nel nostro territorio è dovuto soprattutto alla natura incontaminata di tutto il territorio maurino.
La produzione casearia, ieri come oggi, rappresenta il momento culminante di un agire infaticabile e laborioso che, con tempi scanditi con la regolarità dettata dalla Natura, sostiene l’opera dei pastori. II formaggio è allora un dono, una ricompensa per il lavoro quotidiano. È nutrimento e fonte di guadagno; di un’importanza tale da renderlo sacro. È allora nel fascinoso processo produttivo che nascono e si innestano la creatività e l’arte. Lo scarto della lavorazione delle forme di cacio, non altrimenti utilizzabile, plasmato dalla gestualità del pastore, forse rozza ma certamente creativa, si trasforma in deliziosi manufatti zoomorfi (cavaddruzzi e palummetri) destinati al gioco e al diletto dei più piccoli. Autentica forma di cultura povera e popolare, l’arte casearia, grazie appunto alla mediazione dal gesto grezzo e dolce di mani affaticate, affondando le proprie radici nel valore sacrale, diventa per le comunità pastorali anche simbolo identitario.
La produzione casearia si basa ancora oggi a San Mauro su prodotti di eccellenza, quali il caciocavallo appunto, il formaggio, la ricotta salata ricavata dal latte vaccino, ma anche dai prodotti ricavati dal latte ovi-caprino, tipica di quest’ultimo la ricotta fresca in alcuni mesi della stagione assai saporita. Alla base comunque c’è l’estrazione dei prodotti dal latte appena munto.
Dalla lavorazione del formaggio si possono ricavare anche delle medicine. ‘A mantèca, ricavata dal lacciume (parte liquida del siero dopo la lavorazione del caciocavallo), poi lavorata con il sale, serviva ad alleviare dolori e piccoli traumi sia per gli uomini ma anche per gli animali, in particolare era adatta per curare: storte, contusioni, ascessi (gnizioni cugliùti), infezioni delle mammelle bovine (minnàzza di vacchi).
Il cibo frugale dei poveri, in un’epoca lontana dal consumismo puro, era rappresentato in buona misura nella popolazione maurina da scorci di ficulinii fritti. Si trattava di variegare la qualità dei cibi anche con le bucce dei fichi d’india che opportunamente bollite, e poi infarinate e fritte in olio, ulteriormente arricchite da una sausa, cipolle in agrodolce con aceto di vino, costituiva una dei piatti prelibati (la carne dei poveri) del paese. Esisteva anche una variante che al posto della cipolla prevedeva la frittura con aglio.
Scavando nel carniere dei cibi locali, ritroviamo anche la mostarda ricavata sempre dalla lavorazione della parte corposa dei fichi d’india con l’aggiunta di altri ingredienti, che veniva consumata non solo come dolce. Risultando di natura gommosa spesso veniva data ai bambini per merenda.
Simile alla mostarda era ‘a mustazzola ricavata dal mosto cotto con particolari ingredienti anche aromatici.
Scopri il Museo "Banca dell'Olio - Oasi delle Identità", gli Alberi Monumentali e il patrimonio olivicolo di San Mauro Castelverde. Un percorso dedicato agli ulivi secolari, ai frantoi storici, alle cultivar autoctone e alla cultura dell'olio extravergine, simbolo dell'identità e della tradizione delle Madonie.